Dopo così tanto tempo di isolamento sociale e confinamento si è portati a pensare che chiunque abbia voglia di riprendere il contatto con il mondo esterno, vero? Ma non è così. Molte persone possono provare angoscia al solo pensiero di uscire di casa.

In questi giorni molte cose sono cambiate: dopo circa due mesi in cui siamo rimasti chiusi in casa e isolati socialmente, adesso possiamo uscire. Molte persone sono ritornate al lavoro e altri stanno riacquistando i ritmi e abitudini lasciate da inizio Marzo.

La SINDROME DELLA CAPANNA è proprio questa ansia e paura che ci invadono all’idea di varcare la soglia di casa e di riprendere gli impegni che avevamo. Parallelamente c’è l’idea e la sensazione che la propria abitazione sia l’unico luogo sicuro, in cui è possiamo trovare tutto quello che ci serve.

Questo è un fenomeno psicologico e non un vero e proprio disturbo, in quanto il nostro cervello si è abituato a quella condizione di vivere tra le mura domestiche.

Le prime descrizioni cliniche sono fatte risalire all’epoca della corsa all’oro negli Stati Uniti (1900): i cercatori passavano molti mesi isolati e all’interno di capanne. Questo perché cera la necessità di concentrare il lavoro in alcuni mesi dell’anno. Al termine di questo periodo, i cercatori d’oro mostravano ansia, stress e rifiuto di tornare alla civiltà.

Quali sono i sintomi?

Possiamo avere:

  • aumentata  stanchezza e letargia
  • difficoltà maggiori di concentrazione e difficoltà di memoria
  • poca motivazione
  • emozioni quali tristezza, ansia, paura, angoscia, frustrazione
  • paura di uscire
  • stress (per un approfondimento sullo stress puoi leggere anche questo articolo)

Cosa possiamo fare?

  • Bisogna innanzitutto darsi del tempo. Si tratta di una situazione emotiva normale dopo diverse settimane di isolamento. Se possibile, facciamo piccoli cambiamenti. Uno alla volta.
  • Distinguere tra la possibilità che accada un evento negativo dalla probabilità o certezza che accada realmente: quando siamo in ansia e/o abbiamo paura ci vengono in mente scenari apocalittici. Ma nella realtà non è detto che ciò avvengano. E’ una possibilità che accadano, ma non una certezza assoluta. La paura in questo caso non è totalmente negativa perché ci protegge facendoci adottare le precauzioni e non ci fa essere irresponsabili.
  • Cambiare punto di vista: cerchiamo di eliminare i pensieri catastrofici con altri più razionali. Potremmo quindi pensare che esistono diverse gravità del coronavirus, che molte persone hanno avuto sintomi lievi e che molti lo hanno superato, avere fiducia nel personale sanitario e pensare che l’intero mondo sta lottando contro questo virus.

Tutto ciò ci aiuta a ricordare che non siamo soli e che ogni giorno che passa  è un passo in avanti verso la normalizzazione (rispettando le precauzioni e ponendo attenzione a quello che facciamo!)

E ricorda, se c’è bisogno rivolgiti sempre a un professionista. Puoi chiamare me o trovare colleghi presso l?ordine degli Psicologi della Regione Toscana.

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